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Terre da vino


Per cominciare, un paio di sottrazioni. Ovvero, il taglio dell'impraticabile. Cioè circa il 60% della superficie di una regione che è montanara nel cuore e nello stomaco. E che è collo-cata ad un'altitudine impossibile, impervia per la vigna. Poi, toglieteci il pezzo della pianura bonificata, al contrario inadatta per eccesso di permissività. Terra troppo ricca, terra da altra agricoltura, non da filari e da guyot. Infine, ma questa purtroppo è solamente aritmetica mentale, cassate dalla colonna degli addendi il terreno incerto e basso, appiccicato alla pioggia casuale di costruzioni, insediamenti, espansioni, superfetazioni, che costeggia in buona parte la linea gialla e blu della costa adriatica.

Aritmetica mentale, si diceva. Perché lì, in quella striscia stremata dall’edilizia d’assalto, famelica, senz’ordine, degli anni Sessanta, ed erosa qua e là per colpa del suo peso scomodo, c’è chi si ostina a far vigneto e vino. Là dove forse non ci sarebbe ragione. Ma tant’è. Se, come tutti ci auguriamo, continuerà nel suo volo a salire la percezione di qualità della bottiglia targata Abruzzo che il lavoro di un gruppo di produttori bravi e seri (prima pochissimi, ora ancora troppo pochi, ma sempre più numerosi vivaddio) sta alzando forte, senza più flettere moscia sul ritorno al compromesso, sarà la storia - tanto per dirla con pompa solenne - a farne giustizia. Prima, o poi.
Ecco: sottratto il giusto, quel che rimane è l’Abruzzo da vino. E non è poca cosa.
Ora, per capirlo meglio, dopo le sottrazioni vengono le divisioni. Divisioni per tre. Da far due volte.
La prima è quella, generica, ma doverosa, tra le fasce d’altitudine. Quella subito sotto l’impossibile, sotto il monte, dove in genere prevale il calcare; quella della collina media e mediobassa, dove sono le argille a prevalere, terre del Pliocene, e la zona più bassa ancora, la pre-litoranea, dove all’argilla si mischia largamente limo e, più giù ancora, al piede, dove si prende la rivincita la sabbia.
Il secondo taglio della torta è, ovviamente, perpendicolare al primo. Là gli strati, uno sull’altro. Qui, le fette. Che non sarebbero, certo, solo tre. Di alcuni ritagli parleremo, magari, avanti. Ma interessava, qui, registrare e confrontare anzitutto i tre poli che, nel bene e nel male, hanno fatto, e stanno facendo la storia di eno-Abruzzo. Tre terroir, insomma. E le loro ossa.

Sotto la Majella: il nuovo e l'antico

Chi l’avesse detto anni fa, a Guardiagrele: guardate, la vostra arte è fatta di pietra, la vostra bellezza idem e basta guardare la Majella, i vostri sapori sanno di forte e dolce, ma il vostro futuro si chiama per buona parte vino, si sarebbe guadagnato occhi sgranati, e una bella alzata di spalle. Riditeglielo ora: molti, ancora ignari, faranno lo stesso. I più avveduti, invece, faranno sì con la testa. E i piloti, gli apripista, condurranno gli ignari a dare uno sguardo attorno e in basso, verso la Marrucina, verso San Martino, dove oggi si annida il massimo del valore aggiunto. Dove la terra a lungo snobbata, e che alimenta le vigne che c’erano, sì - ma chi se le filava?, - oggi dà oro. Certo, l’oro bisogna saperlo cercare. Estrarre con accortezza. Ma, alla fine, i fatti stanno sotto il sole.
Chi lavora lì, chi ha trovato l’oro, anzitutto rivendica, e ringrazia. Questa terra, dice, ha una peculiarità (che è, badate, anche di altre aree dell’Abruzzo da vino): è neutra. Non ha acidità in eccesso, che per chi fa vino è sempre fonte di problemi. E’ a Ph medio. Ha l’equilibrio nel Dna. E l’equilibrio (saltate pure le mode transitorie, quelle vanno e vengono, la qualità si verifica col misurino dopo anni, non a spanne sul marketing di una bottiglia non ancora uscita di cantina) per il vino è una pietra angolare.
Il terreno è calcareo e argilloso, come logico (ripassatevi il taglio degli strati). Nella carne asciutta del terreno c’è uno scheletro sodo, ricco di arenaria, le stesse pietre che trovate più su, come costituente delle ultime costole del monte. Vene di sabbia, minoritarie ma presenti, assicurano un buon drenaggio. L’acqua insomma normalmente non ristagna. Meno possibilità di muffe, meno necessità di trattamenti con i farmaci. Il terreno, altra cosa importante, è abbastanza fresco. Non “cuoce”. Ma, attenzione. Spostandosi attorno - basta guardare il colore della terra nuda - si capisce che la “location” cambia. Non è del tutto omogenea. E, attenzione ancora. Questa terra, pur “seria”, non è avara. È abbastanza generosa. Se si vuole l’oro, tocca limitarne alcuni slanci. Chi lavora qui, ha scelto allora infittimenti, cioè numero di ceppi per ettaro, altissimi: fino a quota 9.000. Intende far “competere” le piante, senza che il loro carico si diluisca tra troppi frutti mediocri. Obiettivo: la carica polifenolica (le sostanze che danno colore e longevità ai grandi rossi in genere) che è tipica di quest’area. Allo spauracchio della nuova siccità, si risponde da qui che il problema, semmai, in zona, verrebbe più da sovrabbondanza di acqua che da scarsità. Due note tecniche: il clone scelto per il Montepulciano, sul terreno, è l’R7, con il 420A come portainnesto. L’impianto è a filare. Ma l’altro optional qui è la mineralità. Anch’essa equilibrata, però. Non servono trattamenti antiferro, presente a quote basse. Il magnesio abbondante riduce il ricorso alla concimazione. La posizione aiuta a parare, infine, i nuovi giorni torridi. Temperature altissime ce ne sono state, negli ultimi anni. Ma di notte, il termometro continua a scendere bruscamente, salvando gli aromi dell’uva. Dietro, c’è la montagna più innevata d’Italia. E i vignaioli, commossi, ringraziano...

Loreto Aprutino: la culla del buono

Se questa nursery del Montepulciano e del Trebbiano non ci fosse stata, se un grande e anticonformista direttore sanitario in questa clinica a cielo aperto per uve e vini ammalati -prima del suo arrivo- di sconosciutezza, non avesse applicato, a suo modo e qui, regole non troppo lontane, filosoficamente e culturalmente, da quelle del protagonista de “Le regole della Casa del Sidro”, forse -molto probabilmente- saremmo qui a parlarvi di niente. O forse d’altro. Di pesche, magari. Di formaggio pecorino... Qui è nato ufficialmente il grande vino d’Abruzzo. Non stiamo a sottilizzare che, ovviamente, da qualche altra parte, qualcuno, in questo o in  quel tempo, ne abbia fatto. Questo è sicuro. C’è anche un bel pezzetto di storia ante-fillossera che sta lì a raccontare di vitigni (pressoché estinti) e “location” che oggi sarebbero denominazioni (ma sono desertificate, enologicamente parlando) e che si sono coperte, ai loro tempi, di buona gloria. La qualità è continuità. È sistema. È riconoscibilità. E solo qui, per tanto, troppo tempo questo è esistito. Su questa terra di collina pescarese medioalta, dove ci si arrampica volgendo le spalle alla costa e scuotendone la sabbia dai calzari; dove, una volta arrivati, si sta come in un palco, a teatro, e davanti ci sono tutt’e due le montagne eponime d’Abruzzo, c’è questa terra, così diversa da quella sotto la Majella.
Basta un’occhiata per notare come sia molto più accentuata, qui, la nota rossa. Ovvero: meno calcare, più argilla. La cui presenza significa maggior calore, maggior forza. Dunque, potenza forse ancora maggiore per il Montepulciano. Ma nei vini la potenza tende a dare somma fissa, se addizionata all’eleganza. Se c’è più di questa, c’è meno di quella, spesso. Per trovare l’equilibrio occorrono accortezze speciali. Per bilanciare il caldo del terreno, ma anche la sua tendenza a dar molto, occorre studiare una giusta mossa contraria. Si capisce un po’ meglio forse, allora, la permanenza qui dell’impianto tradizionale a tendone. Il rapporto tra linfa, foglia e frutto sedimentato in una forma di allevamento quasi ripudiata altrove. La razionale presa di distanza, quasi un distacco da interposto pensiero, dal terreno, che dà tanto, tantissimo all’uva, ma secondo chi alleva qui, non deve essere troppo vicino. “Da noi -sintetizza chi è maieuta di quella terra- è meglio ogni accortezza, a cominciare dall’esposizione dei vigneti, che privilegi il fresco. Noi, nella nostra zona, dal freddo ci difendiamo, dal caldo invece no...”. A dare valori estremamente alti di colore e assolutamente peculiari dal punto di vista della composizione minerale (pur quantitativamente meno accentuata di quella della Marrucina) pensa poi questo terroir, che ancora chi lo conosce come le sue tasche descrive “di una medietà oraziana: né troppo sciolto, né troppo compatto, né troppo calcareo”. Di certo, sotto il primo strato rosso, nella scansione verso la quota a cui scendono le radici dei vigneti d’età, questo suolo mantiene di più l’acqua al suo interno, la “perde” meno, dunque regge ostinato anche alla siccità. Il contrappasso? Un eccesso di precipitazioni può dar luogo a ristagni. Ma a parlarne di questi tempi, dopo la secca degli ultimi anni, sembra quasi di raccontar favole...

I colli teramani: le terre calde

Se gli altri due spicchi di eno-territorio abruzzese sono stati a lungo il quasi equivalente di quello che i francesi chiamano un “monopole”, un cru, anche se qui il termine non è usato a proposito e bisognerebbe invece parlare di un doppio pool di cru, in mano ad un unico referente (ma ora le cose in entrambe le aree stanno cambiando), il bordo collinare dentellato, segnato dai calanchi, inciso in mezzo dal fiume, che sta un po’ di qua e un po’ di là dal confine con le Marche, è sempre stato invece il teatro d’azione di un collettivo. Svariate aziende, numerosi produttori che si sono negli anni avvicendati a tirare - per così dire - il gruppo. Una spiegazione probabilmente c’è. Ed è la stessa che fa da chiave di lettura per questo terroir. Qui, fare vino è un po’ più facile. Questi terreni generalmente segnati da una lieve - compatibilissima - acidità, misti di calcare e argilla, sono decisamente più caldi e generosi dei loro analoghi corregionali. La maturazione delle uve generalmente più precoce - l’olivo anticipa in parallelo, - l’escursione termica notte-giorno generalmente è meno accentuata. Qui, insomma, occorre frenare un po’, graduare, per evitare eccessi produttivi con dispersione di forze vitali ed eccessi di calore che andrebbero a scapito dell’eleganza. Non esiste poi una ricetta univoca, perché il territorio, al suo interno, marca differenze abbastanza costanti. I crinali dei colli sono decisamente differenti dalle parti apicali, dove i terreni sono men rossi d’argilla, più bianchi, lievemente più acidi. Il primo intervento è quello di scegliere per il Montepulciano portainnesto diversi, meno concessivi che, ad esempio, sulla Marrucina. Il secondo - ma è una possibilità - è ragionare anche su selezioni clonali decisamente diverse. Di certo, le accentuazioni di carattere, in positivo e in negativo, tra azienda e azienda, sono qui abbastanza vistose. Dal punto di vista idrico, i terreni non hanno grandi problemi di filtro. La capacità drenante è assicurata da vene di sabbia  e sabbia di fondo presente in misura appariscente. Il nodo è il contrario. Qui la siccità si fa sentire, eccome. Chi ha impiantato di recente, sa che l’opportunità di avvalersi di un impianto di irrigazione a goccia (finiti i tempi di “gonfiaggio” delle uve, oggi che la competizione è alta e che le tendenze del mercato sono tutt’altro che per rossi “ballerini”) non è preziosa solo nella fase di “sitteraggio” delle viti più giovani. Dalla tendenza - da dimostrare se permanente, di certo assai insistente nell’ultimo quadriennio - degli ultimi millesimi, si dedurrebbe che il soccorso, qui, debba essere possibile in permanenza. Tanto vale, allora, organizzarlo razionalmente... Anche su questo problema, una modulazione sulla scelta del portainnesto, comunque, aiuta. Il rovescio della medaglia è però quello che ha stupito e affascinato - prima di dettar loro, dopo la prima sicurezza, metodi di maggiore severità - gli enologi “forestieri” arrivati a far consulenze in zona. Qui, terra e clima rendono facili - o più facile - le annate difficili. Questa terra prende, e restituisce, con generosità l’energia termica che assorbe. Per questo è frequente vedere, negli impianti più recenti, il primo filo a mezzo metro da terra: la distanza giusta per fare la “lampada” ai grappoli. In un angolo di questo terroir, uno dei più freschi, c’è poi un cru, una vigna singola, che è una di quelle che chi scrive, potesse, vorrebbe di più, nell’intero Abruzzo. Guai a dir quale, ovviamente: per deontologia, e un pizzico di interesse privato in atti d’ufficio. Vedi mai... e qui i prezzi sono già saliti abbastanza. 
          

Post scriptum

Ripetiamo: l’Abruzzo da vino, certamente, non è tutto qui. Questi tre caratteri, genericamente delineati, per giunta, non esauriscono affatto tutti quelli che questa terra possiede. Resta il rimpianto di non poter analizzare, almeno di passata, i segreti del suolo di Vittorito, dove c’erano una volta oltre 100 ettari di vigna bassa e stretta -si favoleggia addirittura a 14.000 ceppi-impiantati su una terra molto sciolta, ai limiti del sabbioso, ma mista a piccole ghiaie e dal carattere decisamente più calcareo. O una delle microzone più appetibili, quella prossima a Bolognano, al confine tra l’Aquilano e il Pescarese. Tutto rinviato ad una prossima... vendemmia.

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