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Storia del Parco Nazionale d'Abruzzo


Il Parco Nazionale d'Abruzzo, Lazio e Molise comprende aree di rilevante interesse am-bientale e naturalistico, ma non tutti sanno che questi territori conservano numerose, e spesso controverse, prove del passaggio di diverse civiltà. Sebbene non esista ancora un'interpretazione univoca dei segni lasciati dagli ancestrali abitanti, ve ne presentiamo, a puntate, una possibile ricostruzione storica. In questo numero partiamo dall'età del ferro, per seguire un percorso che ci porterà, con le prossime pubblicazioni, fino ai giorni nostri.

Le origini

Gli archeologi definiscono il periodo che corrisponde al 1° millennio avanti Cristo Età del Ferro, dal materiale che, dopo l’età del bronzo, viene utilizzato comunemente per la produzione di utensili, armi, suppellettili ed ornamenti.
A partire dall’anno mille nella penisola italiana convergono molteplici culture derivanti da rispettive popolazioni colonizzanti. I primi arrivi sono rappresentati dai Fenicio-Punici, con fondazione di città-porto (in Sicilia e Sardegna) situate nei punti strategicamente importanti per quanto riguarda il commercio. I Fenici sono infatti popoli sostanzialmente pacifici e dediti agli scambi. Circa un secolo dopo giungono i colonizzatori Greci, in Italia meridionale ed in Sicilia, popolo sicuramente più guerresco dei Fenici, ma di questi più colti e produttivi, con l’introduzione delle ceramiche dipinte, la monetazione e l’architettura degli edifici e gli impianti urbanistici, che riproducono nella penisola le città-stato da cui provengono. Dall’area tirrenica centrale giunge la civiltà Etrusca, che si espande all’area centrale ed adriatica, fino alla Romagna, ed influenza notevolmente il Lazio e parte della Campania. Anche in questo caso il modello politico è quello delle città-stato, con territori di influenza per ogni città di circa 1000 Km2.
E’ in questo contesto che le popolazioni centrali, corrispondenti al territorio che oggi è rappresentato dall’Abruzzo-Molise-Marche-Umbria  (Piceni, Sabini, Umbri e Sanniti), vengono solo in parte influenzate dalle culture circostanti, mantenendo  una struttura politico-amministrativa propria, con un sistema basato non sulle città-stato, ma su confederazioni di tribù, ognuna dominante su un proprio territorio.
La tradizione vuole che i nostri progenitori fossero le “genti della montagna”, o aborigenes, espressione usata dai greci per denominare gli abitatori dell’Italia Centrale:  “Circa scaturigines Velini et Truenti fuerunt Aborigenes”, scriveva Strabonio, ma nell’Abruzzo antico quegli aborigenes altri non sono che le popolazioni neolitiche  dapprima stanziatesi nelle vallate, con svolgimento delle relative attività  agricole, ma poi lentamente trasferitesi, intorno all’anno 3000 a.C., sulle alture a scopo difensivo, con trasformazione delle attività agricole in quelle di raccoglitori e forse di pastori. Sulle rive del lago Fucino invece, per almeno altri 1000 anni  la vita scorre tranquilla come in un’isola felice: la popolazione è già in grado di usare l’aratro e seppellire i suoi morti, come è emerso dai resti della più antica necropoli italica d’Abruzzo, nei pressi di Celano.
Successivamente, verso la metà dell’età del bronzo, migrano nell’Abruzzo interno, a più riprese, tribù indoeuropee di stirpe sabellica, la cui civiltà, con l’economia basata sulla caccia, dopo aver travolto quella degli agricoltori fucensi, trasformandoli in cacciatori e guerrieri, si stabilizza, intorno all’anno 1000, nella civiltà Safin, da cui originano i popoli Italici, pastori e agricoltori in tempo di pace, ma fieri cacciatori e guerrieri all’occorrenza.  Nel periodo preromano dell’età del ferro, cioè dall’anno 1000 fino a circa il 400, le varie tribù safine dell’abruzzo hanno già una identità propria a seconda delle regioni occupate, anche se saranno poi i Romani  a distinguere i Marsi, i Pentri, i Peligni, gli Equi, i Frentani, i Marrucini, i Vestini, i Carecini, i Sabini, i Pretuzi, i futuri componenti, cioè, della confederazione italica, che tanto filo da torcere darà agli stessi romani.
Durante la prima metà del primo millennio a.C., quindi, gli italici safino-fucensi si spostano progressivamente in montagna: il loro modo di abitare  è ormai quasi esclusivamente quello di utilizzare siti d’altura, difesi sia naturalmente che artificialmente. Contrariamente a quanto si è creduto a lungo, almeno per quanto riguarda l’area che attualmente è occupata dal Parco Nazionale d’Abruzzo-Lazio-Molise, i  recenti ritrovamenti di numerosi insediamenti arcaici, con le relative necropoli, dimostrano una notevole antropizzazione della futura area Parco nel periodo preromano. Tali aree sono particolarmente numerose sia sul versante marsicano-fucense, che su quello alto-sangritano, nel tratto Opi-Barrea. Resta da stabilire il modo con cui le popolazioni ripuarie hanno realizzato l’antropizzazione delle alture marso-sangritane.
Il territorio del Parco, compresa l’area di protezione esterna, presenta una complessa struttura oro-idrografica, con vie di penetrazione all’area interna a quell’epoca non sempre agevoli: a sud (versante laziale) lungo la valle del Lacerno, attraverso il valico dei Tre Confini (m. 1990) si giunge alla Vallelonga, attraverso i valichi di Schiena d’Asino e di Monte Tranquillo (m. 1700 e m. 1670) si raggiungono ancora la Vallelonga e Pescasseroli. Più agevole la via di Forca d’Acero (m. 1500) e la Val Canneto-Val Fondillo, per raggiungere Opi e Pescasseroli. Ancora, ma molto meno agevoli, la Forca Resuni (m. 1950) per Civitella Alfedena e Barrea, e il Passo dei Monaci (m.1980) per Alfedena.
A nord-ovest si estende il Fucino, uno dei più grandi laghi italiani, dal quale è possibile raggiungere Pescasseroli attraverso la valle del Giovenco (l’unico immissario permanente del lago) ed il valico del Templo (m. 1400), dal quale nasce una componente del Sangro, che attraverserà tutto il Parco; o attraverso il valico di Gioia Vecchio (m. 1400) e dal vallone di Lecce Vecchio e della Cicerana (m. 1500), una delle zone più ricche di villaggi (ocres) del Parco dell’età del ferro.
Da nord-est infine si raggiunge la zona di Barrea attraverso il passo Godi (m. 1600) da Scanno, e Pescasseroli attraverso la Terraegna (m. 1700).
Si comprende quindi come la zona interessata sia stata influenzata da culture diverse, come quelle etrusca, latina, fucense e adriatica. I centri fortificati (ocres), con relative necropoli, sono molteplici e più numerosi in altura che nelle vallate, come sono più numerosi nella zona fucense rispetto alla zona orientale di Barrea-Alfedena (ma forse per la mancanza di un piano sistematico di scavi in quelle zone). I numerosi centri di Trasacco, Collelongo, Ortucchio, Lecce, Villavallelonga, Gioia, Bisegna ne sono la testimonianza. Più a est si trovano sporadici centri fortificati: a Opi-val Fondillo, dove di recente è stata scoperta un’importante necropoli, ma anche a Civitella Alfedena, Villetta Barrea, Barrea ed Alfedena.
Già tra nel tardo periodo dell’età del bronzo ed il primo periodo dell’età del ferro è possibile cogliere differenze di cultura tra le genti dell’area fucense e quelle della medio-sangritana, differenze che porteranno in seguito, quasi a ridosso dell’avvento romano, alla differenziazione delle tribù marse da quelle degli altri safini, tribù il cui confine culturale va ricercato, alla luce delle attuali conoscenze, all’altezza della Val Fondillo.
Per quanto riguarda la struttura amministrativa dei safini, si sa che all’inizio si trattava di una struttura monarchica, con il re, raki, equivalente del rex latino, re guerriero rappresentato oggi dal guerriero di Capestrano, con la presenza nelle tombe di dischi-corazza ed altri oggetti da battaglia, affiancato da una casta di principi, safinum nerf, la quale, nel corso del V secolo, attraverserà una crisi esistenziale che porterà alla soppressione della monarchia, per passare ad un regime repubblicano, in cui la comunità safina era rappresentata da entità politiche locali, le toutas, che porteranno successivamente alla formazione delle entità tribali territoriali di Marsi, Pentri, Peligni ecc.
Nel Parco i Marsi occupano un territorio comprendente l’area fucense (Trasacco, Collelongo, Villavallelonga, Ortucchio, Gioia, Lecce, Bisegna), e l’area alto-sangritana (Pescasseroli Opi, forse Villetta Barrea); i Volsci occuperanno Barrea e la parte sud laziale ed i Pentri il territorio di Alfedena-Castel di Sangro.

Il dominio romano

è nel corso del V secolo a.C., dopo la soppressione del regime monarchico dei raki da parte della classe dei principi (safinum nerf), come ben documentato nella stele ritrovata a Penna S.Andrea, che dalle originarie comunità safine fucensi e dell’alto Sangro nascono le repubbliche dei Marsi, degli Equi, dei Volsci e dei Pentri Aufidenati. Tale situazione rispecchia quella più generale dell’Italia Centrale, con le sconfitte che i Greci infliggono agli Etruschi, determinando il definitivo declino della loro civiltà. A ciò si accompagna anche il passaggio della civiltà romana dal regime monarchico a quello repubblicano.
A questo punto il territorio del futuro Parco è formato da una serie di agra: l’ager dei Marsi, che corrisponde ai territori di Trasacco, Collelongo, Villavallelonga, Ortucchio, Gioia, Lecce, Ortona, Bisegna, Pescasseroli e Opi; quello dei Volsci, che comprende i territori di val Comino e val Canneto (ora laziali), la val Fondillo, Villetta Barrea, Civitella Alfedena e Barrea; quello dei Pentri Aufidenati che comprende il territorio delle attuali Alfedena e Castel di Sangro.
In questo periodo la maggior parte dei piccoli insediamenti fortificati di montagna tende a scomparire, per accentrarsi in centri più grandi e più vicini alle principali vie di comunicazione. I popoli safini (sabino-sannitici) non si combattono più fra loro ma, approfittando della decadenza etrusca, si espandono verso le pianure ed il mare.
è dal IV secolo in poi, poco prima dell’avvento dei Romani, che nella zona iniziano grandi fermenti, sia amministrativi che sociali, che preludono alla successiva identificazione dei centri abitati da parte dei Romani conquistatori: le guerre sannitiche infatti porteranno alla ribalta tutta l’area che attualmente corrisponde al Parco, con la conquista romana delle città marse (ocres) di Milonia, Plestinia, Fresilia e Cesennia; di quelle volsche di Sora, Atina, Arpi e Comino; e di quelle pentre di Aquilonia e Aufidena.
Da quanto detto si deduce che in quest’area sono insediate popolazioni tutt’altro che primitive (relativamente ai tempi): gli italici locali sono piuttosto evoluti, con comunità ricche e socialmente ben organizzate, comunque lontane dalla figura del “pastore-guerriero” tramandataci dalla oleografia ufficiale. è in questo contesto quindi, all’apertura del IV secolo, che i romani si affacciano per la prima volta nella Marsica: Roma, nella sua espansione verso est con le guerre sannitiche (343-291 a.c.) comincia ad incontrare le prime difficoltà nel carseolano e quindi nella zona occidentale del Fucino, dove gli Equi resisteranno per molti anni, cedendo solo nel 304 a. C. il territorio che in seguito i Romani chiameranno Alba Fucens.
L’importanza strategica della zona è rappresentata dalla costruzione, avvenuta in quegli anni, del collegamento viario tra la Tiburtina ed il Fucino: la Via Valeria. Tramite questo collegamento i Romani, dopo aver conquistato il territorio degli Equi, passeranno alla zona orientale del Fucino, portandosi fino all’Alto Sangro: le vie d’ingresso al territorio del Parco sono rappresentate dalla Valle del Giovenco, dal valico di Gioia Vecchio e dalla Valle di Lecce Vecchio (valico della Cicerana), come dimostrano i numerosi reperti nelle zone del Templo e di Campomizzo. Attraverso questo passaggio i Romani dilagano a sud-est e vanno a conquistare il Sannio: le guerre sannitiche termineranno infatti verso il 290 a.C., con la firma dei foedera, i trattati con i quali gli Italici vengono associati a Roma, concedendo agli stessi, in cambio di sostegno in caso di guerra contro terzi, ampia autonomia politico-amministrativa interna.
Ma nel corso degli anni i socii, dopo aver partecipato a tutte le guerre romane, con grande e riconosciuto onore (nec sine nec contra Marsos vincere licet), combattute tra il III ed il II secolo in tutto il mondo allora conosciuto, cominciano ad averne abbastanza, richiedendo a gran voce la cittadinanza romana. Il rifiuto del senato romano segnerà l’inizio della guerra sociale (91-88 a.C.), che alla fine sarà vinta sul piano militare dai Romani, ma con la concessione ai Marsi, sul piano politico, dello status di cittadini romani, negato a suo tempo agli Equi, rapidamente sottomessi  intorno al 300. Tale riconoscimento, in apparenza un grosso risultato per i beneficiari, significa in buona sostanza l’inizio della definitiva decadenza dell’autonomia culturale dei popoli italici.
Già nel III secolo, dopo le guerre sannitiche, i Romani apportano sostanziali modifiche nei territori occupati (o meglio associati): la zona tra Opi e Barrea, cioè l’odierno cuore del Parco, viene infatti assegnata ai Volsci del versante laziale, facenti capo alla prefettura romana di Atina, rendendo in tal modo fondamentale l’importanza del valico di Forca d’Acero ed interrompendo i rapporti tra i Marsi fucensi, con il confine attestato all’altezza del monte Marsicano e di Val Fondillo (monte Amaro e Pietra Amara o Mara: da Mario, che pone il confine proprio all’altezza della Val Fondillo) e le altre tribù Italiche  dell’Alto Sangro e del Molise, assegnate alla prefettura di Aufidena.
Dal III al I secolo si assiste alla scomparsa progressiva dei centri fortificati montani (ocres) a favore della formazione dei villaggi di pianura (vici) o di media altura (oppida). Vici e oppida sono spesso i componenti di unità territoriali più ampie: i pagi, dotati di autonomia amministrativa e di magistrati (meddix). è questo il sistema paganico-vicano, l’avanzata struttura economico-insediativa che per secoli ha contraddistinto la civiltà italica dalle altre civiltà presenti nella penisola.
Contemporaneamente a ciò si assiste alla nascita dei luoghi di culto, a volte veri e propri santuari, come quello dedicato alla dea Valetudo nel Vicus Anninus (attuale Lecce nei Marsi); ed alle altre divinità venerate dagli Italici Marsicani, come Ercole a Trasacco e Opi; Giove a Ortucchio, Opi e Gioia; Vesuna a Lecce e Opi, Mefite in Val Canneto. Ercole e Giove sono di sicura provenienza greco-etrusca, mentre le altre sono divinità indigene, ancora oggi oggetto di studi approfonditi.
La definitiva commistione della cultura italica si compie con la monetizzazione e soprattutto con la latinizzazione della lingua, ciclo che si conclude nel corso del I secolo a.C., come documentato da numerose iscrizioni ritrovate nel Fucino ed a Barrea. A suggello della ormai avvenuta romanizzazione, sorgono i municipia, comunità dotate di ampia autonomia amministrativa e rette da un senato (decuriones) e da un collegio di magistrati (meddix) composto da quattro persone. Ogni municipium ha un territorio di sua pertinenza, comprendente un numero di vici e pagi proporzionale alla sua importanza.
I municipia che a noi interessano sono Marruvium, Anxa, Atina, Sorae, Sulmo e Aufidena, che favoriranno un nuovo assetto socio-economico con la creazione dei fundi (ville rustiche), i quali a loro volta daranno inizio a quella “pastorizia orizzontale transumante” che nei secoli a venire diverrà l’ossatura economica di questo territorio e che sarà forse l’unica attività umana rimasta inalterata durante e dopo i secoli bui del dominio barbarico.

Il Parco tardo-antico

Non appena archiviata la Guerra Sociale, con la concessione della cittadinanza alle popolazioni italiche, i Romani imprimono una forte accelerazione al riassetto territoriale delle aree centrali,ed in particolare all’area che più ci interessa da vicino, con una maggiore diffusione dei Municipia nella zona detta IV Regio (Sabina et Samnium) delle dodici regioni augustee, comprendente i territori vestini, marrucini, frentani, marsi e peligni (di origine sabellica). I Municipia, veri e propri centri abitati principali caratterizzati dalla  tipica espansione a moduli ortogonali con interposizione di fori e basiliche (a somiglianza di Roma),  vennero acquistando sempre maggiore importanza rispetto alle precedenti Praefecturae. Così ad esempio, la Praefectura di Alfedena venne inglobata nel più importante Municipio di Aufidena, con sede a Castel di Sangro. Di questo cambiamento ne fanno le spese gli abitati montani, che perdono di importanza rispetto a quelli di pianura, con il verificarsi di un fenomeno inverso rispetto a quello di qualche secolo prima: vici e pagi montani vengono via via abbandonati per confluire in un primo tempo nei piccoli centri di pianura, nelle cui vicinanze peraltro sorgono i santuari, che presto diverranno i centri religiosi, commerciali e politici. Qui nascerà e si potenzierà la futura classe dirigente locale, che in un immediato futuro dovrà prendere la guida di un nuovo confronto con Roma, nel frattempo divenuta imperiale. Solo in un secondo momento, con la progressiva decadenza dei santuari rurali, le popolazioni confluiranno in massa nei Municipia, con la definitiva commistione con i coloni romani. Gli elementi caratterizzanti dell’abitato sono gli edifici forensi, la curia, i templi e le basiliche, le taberne ed il mercato (macellum). In seguito, a completamento del maquillage ad immagine di Roma, si aggiungono i centri dello spettacolo, cioè arene e teatri.
Intanto, per quanto riguarda il riassetto delle zone rurali, prende sempre più piede la diffusione, iniziata fin dal I secolo a.C., del sistema delle ville rustiche (fundi), con la progressiva definizione di vaste aree di proprietà latifondiaria ad uso agricolo, coltivate spesso con metodi schiavistici, la quale diffusione imprimerà un quasi definitivo colpo al sistema paganico-vicano di piccoli proprietari sparsi nel territorio, certamente meno competitivo. Tutto ciò, però, è valido soprattutto se si prendono in considerazione le aree più vicine al mare e, tra le aree interne, quella più prossima alle rive del lago Fucino.
Per quanto riguarda invece le enclave più strettamente montane, come la nostra, si osserva una certa tenace persistenza dei pagi e dei vici: a partire dall’importante Vicus Anninus (l’odierna Lecce nei Marsi), verso sud-est per tutto il territorio dell’attuale Parco, ai lati del letto del Sangro, è un susseguirsi di piccoli vici sparsi, abitati contemporaneamente da coltivatori di piccoli appezzamenti, nonché da pastori conducenti un sistema di transumanza che da tipo verticale sta gradualmente trasformandosi in orizzontale. Tutto ciò in totale assenza di veri e propri Municipia, per miglia e miglia fino ad Aufidena.
Tale tenacia di sopravvivenza di questo sistema alla fine avrà ragione, in quanto, a partire dal III secolo d.C., il sistema dei Municipia andrà lentamente ma inesorabilmente disgregandosi, di pari passo con la progressiva disgregazione dell’Impero Romano d’Occidente.
è interessante notare come già da ora vengono distinte in quest’area, sia politicamente che etnicamente, la zona più a ovest, cioè l’ager marsorum da Lecce fino a Opi - facente capo al  municipium Marruvium ed assegnato alla tribù Sergia - dalla zona più a est, oltre il confine di Pietramara (tra Monte Marsicano e Val Fondillo), assegnata alla tribù Teretina, con i vici corrispondenti alle attuali Villetta Barrea e Barrea e facenti capo alla praefectura di Atina. Tra i centri più importanti dell’area, a partire dalle rive del Lago Fucino, osserviamo il già citato Vicus Anninus (attuale Lecce nei Marsi) a quota 750, con il santuario dedicato alla dea Valetudo, e punto di passaggio obbligato per chiunque si dovesse recare nell’Alto Sangro per il valico della Cicerana; il santuario di Templo (quota 1400 circa), sull’omonimo valico dove nasce un ramo del Sangro; l’insediamento di Campomizzo (quota 1200 circa), posto sull’attuale statale Marsicana, sull’altro ramo sorgivo del Sangro; la villa romana di Pesculum ad Seruli, a quota 1150; l’ocre ed il santuario di Opi (Oppidum) dedicato alla misteriosa ed ancora sconosciuta dea Vesuna, ultimo baluardo marso prima del confine con la terra dei Teretini, la cui prima villa romana che si incontra è quella dell’attuale Molino di Opi (in corrispondenza di Pietramara) appartenuta alla famiglia di Gaio Babullio Scauro. Un altro santuario si osserva a Colle S. Ianni, a quota 1140 a ovest dell’attuale Villetta Barrea, e quindi la villa romana di S. Angelo, posta nel luogo dove ora sorge il cimitero di Villetta e dove probabilmente nacque nel Medioevo il primo edificio del monastero di S. Angelo di Barregio, poi distrutto e riedificato più a est nei pressi di Barrea. L’ultimo insediamento ad est è quello di Baia (o Convento), sulla riva sud del Sangro nei pressi dell’attuale Barrea, nel luogo dove ora si osserva il cul de sac del Lago di Barrea.

Nel 119 d.C. si registra qualcosa di importante: l’Imperatore Adriano istituisce la provincia Valeria, che trae il nome dalla via consolare che attraversa l’Abruzzo da Tivoli, originando dalla via Tiburtina, fino ad Ostia Aternum (attuale Pescara), attraversando la Marsica e la Valle Peligna. Dapprima la nuova provincia non è autonoma e rimane inclusa nella più grande provincia Samnium, quindi, nel III secolo con Aureliano e poi con Diocleziano (297 d.C.), entra  a far parte della provincia maggiore Flaminia-Picenum. Solo verso la fine del IV secolo quest’ultima provincia viene scorporata in Picenum e Valeria suburbicaria, autonoma e facente parte della Diocesi Italiciana, della Praefectura Italiae, dell’Impero Romano d’Occidente. Il preside (praeses) della nuova e autonoma provincia Valeria risiede a Reate. Ma per la novella provincia sono tempi duri: inizia  il periodo oscuro delle prime invasioni barbariche (Visigoti – 401), del saccheggio di Roma (Visigoti – 410), della fine dell’Impero Romano d’Occidente (476), dell’invasione degli Ostrogoti (493), della cacciata degli stessi da parte di Narsete, generale dell’Imperatore d’Oriente Giustiniano (560) ed infine dell’invasione Longobarda dell’Italia centrale, in particolare della provincia Valeria (571-574). Dopodiché le acque tornano a calmarsi e la nostra regione inizia ad essere menzionata con una certa insistenza ed importanza. Ciò avviene per merito di S. Gregorio Magno, il pontefice fondatore del potere temporale del papato (590-604). Nei suoi Dialoghi il grande papa parla più volte della provincia, a proposito di abati, monaci e monasteri. All’epoca la provincia Valeria comprende i territori di Reate (Rieti), Nursia (Norcia), Amiternum (Amiterno – la futura Aquila), Interocria (Antrodoco), i Cicoli, la Marsica fucense, l’Alto Sangro (con il territorio del futuro Parco d’Abruzzo), Tibur e Carseoli, ed infine Valva (Sulmona). In pratica la provincia Valeria, intorno all’anno 500, corrisponde all’odierna provincia di L’Aquila, prima dei rimaneggiamenti territoriali subiti nella prima metà del 1900: a ben guardare, includendo Tivoli, Rieti e Norcia, la nostra provincia mantiene nel Medioevo tutti i territori occupati nei tempi antichi dalle popolazioni aborigene sabello-italiche che hanno fatto la storia dell’Abruzzo.

I secoli bui

            Il sistema paganico-vicano nell’Italia centrale, durante il periodo 1° secolo a.C. – 1° secolo d.C, viene dunque man mano sostituito, come abbiamo visto, dal sistema delle villae e curtes.
Tale sistema è sostenuto dall’istituzione dei municipia, che hanno via via sostituito i santuari rurali nella loro funzione di riferimento per i territori circostanti. L’assetto delle campagne va così mutando, a partire dall’ultimo secolo precristiano, da una organizzazione a piccoli appezzamenti coltivati da piccoli proprietari (e non più collettivi, come nei secoli precedenti), ad un sistema di grandi proprietà terriere organizzate con mano d’opera spesso schiavizzata.
Tutto ciò è però valido soprattutto per quanto riguarda le zone costiere e precostiere: i centri montani resistono al cambiamento,  e, anche quando, in era imperiale, vengono istituiti, ob torto collo, i municipia, questi si integrano sostanzialmente senza grossi traumi con un sistema di pagi che mantiene quasi intatta la propria autonomia. Tale sistema tira avanti fino oltre il V-VI secolo, epoca in cui iniziano le grandi invasioni barbariche, e fino ad allora le comunità appenniniche delle varie vallate del centro Italia rimangono diversificate non solo rispetto alle comunità costiere, ma anche fra loro stesse, a seconda degli indirizzi economici, agricoli o pastorali, che le caratterizzano. Solo dopo l’arrivo, nell’ordine, di Normanni Svevi ed Angioini, e cioè con l’instaurazione ed il rafforzamento del feudalesimo, si assiste ad un livellamento degli assetti socio-economico-culturali nelle vallate appenniniche centrali, sempre comunque con opportuni distinguo a seconda delle loro vocazioni e del loro differente relativo isolamento. Per quanto riguarda i territori a chiara vocazione pastorale, ma anche con ricca estensione boschiva, come l’Alto Sangro,  appare chiaro come le terre non potrebbero appartenere interamente a privati, sia durante l’Impero Romano, sia durante i secoli successivi. In massima parte esse sono territori fiscali, denominati ager publicus o ager compascuus durante l’Impero, e gualdi (da waldo, termine longobardo) intorno al VI-VII secolo. Durante i primi secoli d.C. ogni uomo libero può occupare estensioni limitate di territorio e sfruttarle a pascolo, pagando modiche somme (al fisco o al municipium), ma non può possederle in senso stretto. In realtà poi lo sfruttamento territoriale a pascolo avviene in modo abbastanza equo sia che si tratti di greggi appartenenti a singoli oppure di proprietà del fisco (e curati da forestieri), sia che si tratti di greggi gestiti collettivamente, alla maniera romana. Il problema si pone nel momento in cui il terreno a pascolo diviene insufficiente a soddisfare le esigenze di tutti: la soluzione  non può essere ricercata se non nella ripresa della transumanza, pratica divenuta ormai obsoleta dopo la caduta dell’Impero. Per quanto riguarda le altre attività economiche, gli stessi boschi sono fonte di risorse naturali, ed acquistano importanza man mano che declina la pastorizia, così come l’allevamento di maiali e soprattutto la piccola agricoltura, praticata nei piani argillosi che mantengono l’umidità.
La cristianizzazione, come tutti i cambiamenti sociali che si verificano nelle zone montane, arriva con un certo ritardo ed in modo non drammatico. Nel V secolo vengono create le prime otto sedi vescovili in Abruzzo, ovviamente lungo le principali vie di comunicazione, tra le quali, quelle che ci interessano da vicino, Sulmo e Aufidena (quest’ultima, nel X secolo, scomparirà per dar luogo alla diocesi di Trivento). Tali sedi non rivestiranno tuttavia grande rilevanza nel tessuto appenninico solo dopo qualche secolo, dopo aver rischiato di scomparire dapprima con la dominazione longobarda e successivamente con l’affermarsi dei grandi monasteri benedettini.
Le invasioni barbariche poco o nulla incidono sull’assetto socio-economico della nostra zona. La guerra gotica, tra il comandante bizantino Giovanni e le orde ostrogote, non tocca, se non molto marginalmente, l’Alto Sangro. Lo stesso dicasi dei Longobardi, anzi, non ci risultano reperti longobardi nell’Alto Sangro ed i toponimi longobardi, al contrario che in altre zone, sono rari o nulli. La nostra  rimane, come vedremo, una zona di confine, abbastanza in ombra, tra i Ducati di Spoleto e di Benevento. Ecco quindi come l’estensione territoriale, sia pascoliva che agricola, passa lentamente, ma inesorabilmente, a partire dall’VIII secolo, nelle mani dei grandi monasteri dell’Italia Centrale (nel nostro caso S. Vincenzo al Volturno e Montecassino), piuttosto che nelle mani dei signori feudali, come avviene invece nei territori più accessibili. L’avvento del feudalesimo nell’Appennino abruzzese si ha con circa due secoli di ritardo, complice l’impervietà del territorio, impervietà che poi, comunque, permetterà allo stesso sistema feudale appenninico di sopravvivere a sua volta fino a ben oltre l’epoca napoleonica.

 I LONGOBARDI, I DUCATI, I GASTALDATI
Il passaggio dall’epoca antica a quella medievale si attua, nella nostra zona, in modo molto meno sofferto che non in altre zone della penisola. La prima delle grandi invasioni barbariche, quella gotica, tocca nei fatti solo marginalmente l’Abruzzo e soltanto lungo la costa, che costituisce peraltro l’estremo lembo meridionale dei territori gotici in Italia. Ad ogni modo già all’inizio del VI secolo i Goti vengono scacciati dalle coste abruzzesi, come abbiamo visto, dall’esercito guidato dal comandante bizantino Giovanni, che tuttavia non si comporta in modo molto migliore dei nemici nei confronti della popolazione civile. Verso la fine del secolo (il VI) si suona un’altra musica: i Longobardi, giunti dalla Pannonia guidati da Alboino, occupano gran parte della penisola e fondano il loro Regno in Italia con capitale a Pavia (a.d. 568), regno che durerà oltre due secoli, fino alla conquista di Carlo Magno (a.d. 774). Il regno dell’Italia longobarda viene diviso in ducati, tra i quali ci interessano quelli di Spoleto e Benevento, che risultano già presenti nella seconda metà del VI secolo, ma che nella nostra regione diverranno politicamente operativi solo dopo l’inizio del VII secolo. Tale operatività viene concretizzata dai gastaldati, strutture territoriali con funzione amministrativa e giudiziaria, che in Abruzzo vanno a coincidere in buona sostanza con le sedi vescovili di origine più antica, ed in particolare, per quanto ci riguarda, quella dei Marsi e quella di Valva. Aufidena rimane il centro abitato più importante della nostra Valle, anche se sembra che intorno al V secolo fiorisse una importante comunità nel luogo ove ora sorge Villetta Barrea (Staffa). La provincia Valeria, discendente dalla IV Regio Augustea e sopravvissuta quasi intatta alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (476), alle invasioni dei Visigoti (477) e degli Ostrogoti (489), non regge all’urto dei Longobardi e viene smembrata: sotto Faroaldo, primo duca di Spoleto, vengono distrutte Amiterno, Rieti, Norcia e Curi, diocesi illustri della Valeria, ed incorporate nel ducato di Spoleto, seguite a breve dalla Sabina. Qualche anno dopo, sotto Ariolfo successore di Faroaldo, anche le regioni dei Vestini, dei Marsi, degli Equi e dei Peligni seguono la stessa sorte, tra il 591 e il 603, con l’esclusione dell’area compresa fra il fiume Pescara ed il fiume Trigno (Teate), già facente parte della Regio Samnium, incorporata al ducato di Benevento.
Dunque il nostro Alto Sangro, che in questo periodo comincia a denominarsi Valle Regia (Barregio), si trova in una delicata posizione di confine tra i tre ducati Romano, Beneventano e Spoletino: per circa un secolo e mezzo tale situazione rimarrà in una sorta di stallo, con moderati segnali di ripresa economica, soprattutto nei settori della pastorizia transumante e della piccola agricoltura, settori incoraggiati dal nascere e potenziarsi dei grandi monasteri benedettini di Montecassino, S.Vincenzo al Volturno e S.Clemente a Casauria.

dominazione longobarda (VI-VIII sec.)
DAI LONGOBARDI AI  FRANCHI
I due secoli di dominio longobardo segnano per alcuni versi positivamente la storia del settentrione italiano. Ciò non può dirsi per quanto riguarda le zone centrali, ed in particolar modo la futura regione abruzzese. Il litorale abruzzese e molisano, come abbiamo visto, resterà a lungo ancora in mano ai bizantini, così come la parte meridionale dell’intera penisola.  I territori dei due ducati, nelle zone interne abruzzesi ed in particolare nella Valle Regia, rimarranno a lungo isolati, e si osserverà un lento e graduale abbandono dei più importanti centri abitati dell’epoca romana e tardo-antica, mentre la presenza di gente di stirpe germanica sul territorio non fa che complicare la situazione. Le comunicazioni divengono più difficili, rimanendo affidate alle antiche calles romane, i gastaldati entrano a regime, dal punto di vista amministrativo, con circa un secolo di ritardo sulle provincie longobarde del nord Italia, mentre i bizantini premono sul ducato di confine di Benevento, e quindi sul teatino.
Tale spaccatura non si sanerà, anzi sarà ancora più evidente, con l’arrivo dei Franchi. Gli eserciti di Carlo Magno, dopo il 774, si fermano sul fiume Pescara: tutte le terre a nord del Pescara saranno assoggettate ai carolingi, compreso il ducato di Spoleto, e quindi anche  la Valle Regia. In realtà anche il ducato di Benevento (che comprende, come sappiamo, anche il teatino) dovrebbe seguire la sorte di quello spoletino, essendo Carlo il nuovo Rex Langobardorum in Italia, ma i duchi beneventani non riconosceranno tale autorità e la lotta di potere tra franchi e longobardi avrà come teatro tutta la zona di confine tra i due ducati per oltre un secolo, registrando spesso guerriglie, fughe di massa e ribellioni di città isolate. Di tale situazione ne pagano le spese in particolar modo i territori dell’antica Marsia, compreso il nostro dell’Alto Sangro, con conseguenze disastrose per quanto riguarda le vie di comunicazione e quindi anche della pastorizia transumante, che riceve un nuovo e quasi esiziale colpo.

I MONASTERI.
Nel marasma anarcoide che si espande a macchia d’olio durante la dominazione longobarda la giurisdizione dei territori dell’Italia centrale viene via via  presa  in mano dalle grandi abbazie e dai monasteri.  Farfa in Sabina, S.Vincenzo al Volturno  nel Molise, Montecassino nel Lazio, S.Clemente a Casauria in Val Pescara, S.Angelo di Barregio nell’Alto Sangro rappresentano nel Medioevo non solo dei centri di attrazione di vita spirituale e culturale (la quasi totalità di notizie storiche dell’epoca proviene dai loro scriptoria), ma anche poli amministrativi di attività agricola, pastorale, artigianale, in sostanza di controllo politico del territorio, attraverso una progressiva acquisizione di beni fondiari, dapprima concessi dai privati, ma  anche dalle autorità ducali, reali ed imperiali, le quali intuiscono l’oggettiva importanza di tenersi buoni amici monaci e abati. L’aristocrazia longobarda, ormai cristianizzata, esibisce così la propria pietas sostenendo la creazione e il supporto dei luoghi di culto. I monasteri sono particolarmente privilegiati poichè possono da una parte contribuire alla salvezza dell’anima del fondatore o del sostenitore, ma nello stesso tempo i patrimoni e i beni ad essi attribuiti di volta in volta, possono essere rivendicati dall’elargitore di turno nei momenti di difficoltà. Infine, per i re longobardi prima e franchi dopo, e per i duchi di Spoleto e Benevento, mettere sotto la propria protezione monasteri situati in luoghi strategici significa ribadire la propria sovranità su quei territori.

Roberto Mastrostefano

 

 

 

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